Ora, nn so quanti di voi leggono spesso questo blog. O meglio nn lo so con precisione. Magari passate di qui per strade oscure, per caso, per qualche strana query su Google… magari, anzi con buona probabilità, ve ne importa poco di Fabiob e le sue chiacchere. Che dire. Niente.
In ogni caso stasera mi sento di scrivere un po’ di me. E pace se a voi ve ne batte. Fate clic altrove e uscite di qui.
Allora quello che voglio dire è che io amo il mio lavoro. Lo amo al punto da buttarci dentro una massa di energie e ore spropositata (se paragonata al mio stipendio). Lo amo perché mi piace e perché ho deciso di scommetterci circa 4 anni fa. Ho deciso che nn potevo stare in questo mondo e subire gli eventi. Ho deciso che dovevo fare (di più). Dovevo spingermi fino ai confini da me raggiungibili (e dovevo farlo in fretta, sull’effetto velocità ho scritto tempo fa).
Lo faccio da così tanto tempo che nn riesco a capire chi nn fa altrettanto, chi prima vuole conoscere cosa gli tornerà indietro e poi valutare se è il caso. Ammetto che queste persone a volte nn le capisco, ma se poi mi fermo le capisco.
C’è rabbia, disillusione, crisi in giro e davanti a tanta disgrazia ognuno reagisce a modo suo: c’è chi si adatta, chi si incazza, chi alza la guardia. Io corro.
Perché sono un drogato del fare e per fortuna faccio quello che mi piace. Sono un privilegiato e un folle. Follia che diventa presunzione. Presunzione che diventa superficialità. Supercificialità che crea incomprensione. Se avete a che fare con me per lavoro probabilmente ne sarete felici. Fuori dal lavoro, mi rendo conto, sono sempre più tossico.
Giusto ieri ne ho avuto una prova. In uno scambio via MSN con una persona che conosco poco ma ritengo ricca di potenziale (e che di blog ne sa più di me), sono stato granché superficiale, causandone una reazione violenta. E mica ho capito subito quanto ero nel torto, vedevo solo un lato (il mio) della faccenda. Mi sentivo di poter fare il superficiale su cose a lei care (storie di lavoro) e di esprimere giudizi, per me giocosi e innocenti. Per lei no.
Nn che scrivessi a vanvera, nella mia testa c’era l’idea di nn offendere nessuno, ma l’empatia l’avevo lasciata chissà dove. In pratica: bello s*****o che sono stato. Eppure i flame via chat, SMS, email et similia li fuggo come la peste, perché so bene quanto la fredda comunicazione digitale sia portatrice di fraintendimenti (la mia idiosincrasia verso l’uso smodato di questi strumenti cresce sempre più). Eppure ci sono cascasto.
E ci sono cascato perché ormai vado a senso unico. Nn dedico alle persone l’attenzione che meritano.
Questo post nn vuole essere autocritica, mea culpa, benedicimi padre perché ho peccato. Scusa ho già chiesto. Mi dispiace come mi dispiace tutte le volte che faccio del male senza volerlo. E nn serve a molto scriverlo ancora qui.
Ma qui ho deciso fin dall’inizio di parlare a ruota libera. E quindi voglio fissare un pensiero: tutto quello che faccio ha un prezzo troppo alto e nn so quanto ho ancora voglia di pagarlo.
Lo dico a me stesso. C’è qualcosa che mi sta sfuggendo.
dici due cose, tra le altre, vere verissime: che lavorare con te è un piacere; e che la comunicazione digitale, che pure facilita di solito le cose, è dannatamente fredda e foriera di fraintendimenti. Sono due cose separate? Mica tanto: da una fredda e-mail non è possibile capire che persona seria e professionale sei. Magari lo si intuisce, ma capirlo no. E allora, se c’è qualcosa che ti sta sfuggendo, magari è la stessa che sta sfuggendo a tutti noi, che “viviamo” su Internet: che i rapporti umani, quelli passati davanti a una costata di manzo (non è casuale!
) a chiacchierare di lavoro e cacchi privati, una chat MSN come una telefonata via Skype non li potrà ne saprà mai sostituire.